Neve. A Tonopah. Sopra uno dei deserti più caldi del mondo.
Probabilmente la neve a Tonopah l’hanno vista l’ultima volta nel 1920. Ieri sera ha nevicato tantissimo e la cittadina mineraria infestata dai fantasmi si è trasformata nel paese invernale dei balocchi.

Nel freddo prenotiamo le ultime camere di Vegas e partiamo in direzione ovest.
L’obiettivo ultimo della giornata è avvicinarsi a Lone Pine, in California, all’uscita ovest della Valle della Morte. Visto che le ore di macchina sono veramente tante, decidiamo assieme a Excelsior macchina uno di andare a visitare Bodie.

Bodie è un’altra cittadina mineraria dei primi dell’ottocento, appoggiata sul fianco di una montagna. Quando l’oro è finito, la popolazione si è spostata, lasciando il villaggio vuoto. È allora che ufficialmente Bodie è diventata una Ghost Town.

Per arrivare a Bodie deviamo la strada un pò verso Nord, fermandoci a pranzo in un paesino chiamato Hawthorne. Anche questo ha una storia particolare: fondato come riserva di armi per l’esercito, alla fine della guerra anche questo si è svuotato, lasciando la popolazione a poche decine di persone. Così ci accoglie Hawthorne, con centinaia di bunker attorno e qualche baracca.

Ma ovviamente siamo in Nevada, per cui in ogni cittadina che si rispetti c’è un Casinò. E quello di Hawthorne ha il ristorante con i “the best burgers in town”. Non che ci sia tanta concorrenza… però effettivamente fanno cibo pazzesco.
Quando apriamo le porte per entrare, figure rachitiche in giro per il casinò si fermano per osservare questa mandria di giubbotti verdi passare tra le slot machines e accomodarsi ai tavoli del ristorante, fino ad ora deserto.
Mangiamo, ridiamo, parliamo. Passiamo un paio d’ore di tranquillità mangiando hamburger alti trenta centimetri. Un paio d’ore che però ci sarebbero costate molto.

Usciti dal ristorante, ci mettiamo come al nostro solito a prenotare l’albergo per la sera a Bishop.

Tutto. Pieno. Ovunque. Per sempre.

Come al solito ci dev’essere qualche festa dell’opossum che noi non sappiamo perché a gennaio, in un paesino dimenticato tra una montagna e un deserto è fisicamente impossibile che la gente si riversi così di colpo. Solita sfiga.

Così pensiamo di andare a Bodie e tornare poi a Hawthorne per la sera. Ce la spaccheremo in questo villaggetto di militari e veterani.

Non facciamo neanche due chilometri che Freedom manda un messaggio in radio “Ragazzi, non ce la facciamo. Sono le tre, ci vuole un’ora e mezza ad arrivare a Bodie e Bodie chiude alle quattro.”
Imprecazioni indicibili. Già nel viaggio scorso non siamo riusciti ad andare a vederla (leggi https://bigtour.it/2019/07/08/guadare-un-fiume-ecco-come-si-crea-una-squadra/).
Dev’essere maledetta.. Qualcuno ci deve aver messo una macumba sopra.

Così, senza più una meta del giorno, decidiamo di tirare dritto e scendere fino a Lone Pine, dove evidentemente la festa dell’opossum non viene apprezzata come a Bishop.

Saliamo quindi dal deserto nelle montagne ai piedi dello Yosemite. Il paesaggio in men che non si dica cambia di nuovo. Questa mattina avevamo deserto e sterpaglie. Ora ci sono boschi. Abeti, neve. Sembra di essere in Austria.
Corriamo al tramonto su tornanti ghiacciati che costeggiano la catena montuosa, fino ad arrivare alla maledetta Bishop.

Ci fermiamo a fare la spesa. Abbiamo un piano malvagissimo.
A Lone Pine c’è il messaggio del BigTour 29, che avremmo dovuto prendere domani. Ma siamo tutti provati dalla lunga traversata e delusi dal non aver visto Bodie. Ci vuole un pò di magia per tirare su i morali.
Così prendiamo l’occorrente per accendere un falò. E i marshmallow. E il Fireball (bevanda locale di cui non possiamo dare spiegazione).

Ceniamo in una bettola indigena che fa carne in puro stile BBQ Texano e ci facciamo l’ultima ora di strada per Lone Pine.

Mollate giù le valigie in albergo, ci inoltriamo nella notte delle Alabama Hills, una macchia inspiegabile di rocce levigate in mezzo al nulla. Arriviamo in uno spiazzo gigante, molliamo giù le macchine.

Mentre alcuni vanno a cercare il messaggio nascosto, altri cominciano ad accendere il fuoco.
Ci infiliamo tra cunicoli e strettoie nelle rocce e finalmente lo troviamo. Lì, dove sei mesi fa i ragazzi del BigTour 29 lo hanno nascosto, infilato nella famosa bottiglia di frappuccino Starbucks.

Leggiamo il biglietto, un messaggio emozionante che proviene dal passato ma su cui ognuno di noi si rivede. Rivede il viaggio, gli amici, le difficoltà, le soluzioni. Tratteniamo a stento le lacrime.
Siamo noi, insieme, attorno al fuoco sotto una stellata meravigliosa e ci sentiamo come non mai appartenenti a qualcosa di più grande, una generazione di viaggiatori che anno dopo anno esplora queste terre per cambiare il proprio modo di vedere il mondo e se stessi.

Brindiamo a questo con il Fireball. Brindiamo a noi, che siamo arrivati fino a qui, superando peripezie e riconoscendoci come squadra.

Arrostiamo infine i marshmallow nel fuoco e facciamo una sorpresa di compleanno a Marco, con una torta agli Oreo e contorno di frappuccino.

Che serata.