Siamo in aeroporto. Stamattina ci siamo alzati prestissimo per vedere l’alba sul Golden Gate, ma ovviamente saprete già com’è andata.

Ovvio, il colpo di coda del karma.

Nuvole, nebbia. Probabilmente la più grande vista negli ultimi cento anni a San Francisco. E ci siamo noi. Che guardiamo il nulla bianco, immaginando ci sia un ponte da qualche parte a cinquanta metri.

La prendiamo con filosofia, come abbiamo fatto durante tutta questa avventura.

Un’avventura di 4475 chilometri, attraversando quattro stati, cambiando 14 alberghi, bevuto milioni di litri di frappuccino, gatorade e qualsiasi robaccia uscisse dai frighi dei benzinai.

Abbiamo mangiato hamburger, cheeseburger, hamburger e ancora cheesburger per due settimane. E una volta la pizza. 

E il messicano! (quello ce lo ricordiamo ancora).

C’è stata una parola durante tutto questo viaggio, che abbiamo utilizzato in vari modi, in svariate situazioni, che ha tratto un filo rosso nelle nostre peripezie: vaporwave.

Una parola reale, con un reale significato: è una corrente musicale precisa, che mischia musica anni ’80 a sonorità elettroniche moderne. È anche un accostamento di colori preciso, un qualcosa che mette assieme il blu e il rosa, più neon che si può.

Da quanto strano è, abbiamo cominciato ad usare vaporwave per qualsiasi cosa, per marcare in maniera ancora più forte qualsiasi cosa incredibile possa esserci accaduta in questo viaggio.

Per cui vaporwave è diventato un panino tacchino e formaggio, mangiato a penzoloni su di un canyon infinito. È stato lo sgommare sulla sabbia, dopo aver tirato fuori l’auto del diretta impantanato.

Vaporwave è l’odore di legno nel fresco della foresta di sequoie, o la polvere entrata dal lunotto posteriore dimenticato aperto sullo sterrato della death Valley.

È inzupparsi scarpe, caviglie, fino all’orlo dei pantaloncini camminando a fatica nelle acque di Zion, bere Fireball sotto la via lattea nella notte più buia della nostra vita.

Vaporwave è stata la coperta dell’aereo che ci ha tenuto caldo mentre aspettavamo un volo che non sarebbe mai partito, è l’acqua gelata del Colorado in cui abbiamo pucciato i piedi dopo due ore di guida sui canyon di Marte.

È il “chiudi gli occhi e dammi la mano”. I passi al buio più paurosi, che ci hanno lasciato un segno indelebile.

È guidare per le curve del BigSur, sferzato dal vento e dalle nuvole. 

È guardare le luci di Vegas non spegnersi mai.

È tuffarsi sul lago Powell, sfidando la paura del fondo senza fine.

È camminare sotto il sole, risparmiando acqua ed energie, per arrivare sotto un arco di roccia magnifico. O correre, come Forrest Gump, sulla strada della Monument Valley.

Vaporwave è il colore delle onde del pacifico, della sabbia in cui abbiamo piantato i quad, della corteccia delle sequoie, o del sale che ancora ci portiamo sotto le auto.

Vaporwave è stato costruire una diga e farci passare sei macchine.

Vaporwave è stato sostituire le ruote con 43 gradi fuori o scavare il fango da sotto Prometheus.

Vaporwave ha la forma del karma. O destino, quello in cui voi credete. Quello che ci ha messo alla prova prima come persone e poi come gruppo.

Che ci ha fatto guardare in faccia le difficoltà e trasformarle in opportunità, collaborando, sorridendo.

Abbiamo esaurito la voce cantando le canzoni più belle. Abbiamo esaurito le domande scomode che hanno generato le più sincere risate.

Ci siamo conosciuti, uno alla volta, con i nostri difetti, le nostre debolezze, i nostri punti forti.

Sappiamo riconoscerci nella folla, non perché portiamo gli stessi zaini, le stesse giacche o magliette. Sappiamo riconoscerci per come siamo. E brilliamo perché ci muoviamo insieme come una famiglia.

Vaporwave è il tramonto verso cui noi, come una mandria di cavalli, abbiamo corso.

Vaporwave siamo noi.

È tempo di tornare dall’altra parte del mondo.