Il mattino di Tonopah comincia con un gommista con le porte chiuse, un cartello che dice “torno tra dieci minuti” e un passante che avvisa “sono quattro giorni che c’è quel cartello”.

Sistemiamo le ruote dell’Enterprise bucate ieri e il primo giorno al lago salato, incredibilmente non le dobbiamo cambiare, riportando alla mente ricordi di viaggi della speranza assurdi.

Il piano della giornata si presenta molto avventuroso. Guidiamo verso nord, per entrare dalla “strada sul retro” a Bodie, una ghost town mineraria resa museo all’aperto.

Gia una volta l’abbiamo fatta ed è stata una bella prova da Indiana Jones, in mezzo alla natura, i sentieri sterrati e l’acqua dei torrenti.

Così ci mettiamo in marcia. Guidiamo quasi un paio d’ore nel nulla più assoluto. Attraversiamo una parte di America completamente desolata, solo steppa secca a perdita d’occhio, un cielo senza nuvole e le montagne dello Yosemite innevate di fronte. Arriviamo a Hawthorne all’ora di pranzo, una cittadina in mezzo a centinaia di bunker militari. Subito ci chiediamo se quella poteva essere una succursale dell’area 51, ma ovviamente siccome l’esercito statunitense legge questo blog, ha pensato bene di mandare via tutti per oggi, di lasciare gli aerei a terra, insomma non gli piacciamo.

Hawthorne non ha molto da offrire, se non un edificio anonimo con la scritta “Best burger in town”. E allora perché non provarlo?

Entriamo e ci ritroviamo in un casinò quasi al buio, impuzzito dal fumo e con gente poco raccomandabile dentro che ovviamente interrompe tutto per osservare i gringos che si sono appena palesati nella loro vita monotona.

Raggiungiamo il ristorante interno e ordiniamo super hamburger al banco come i veri indigeni.

Le cameriere ci spiegano che una volta Hawthorne era una divisione militare per lo stoccaggio di armi e missili, e la sua popolazione durante la guerra era 200 volte quella di adesso. Ora pian piano stanno smaltendo quello che c’è ancora lì dentro.

Ecco. Abbiamo le chiappe realmente sopra ad un campo minato.

Passiamo quasi due ore al ristorante, tra le chiacchiere con le cameriere e i tentativi disperati di trovare un albergo per la sera a Bishop.

Sembra che anche tutti gli altri americani leggano il nostro blog e, per farci uno scherzone, hanno occupato qualsiasi albergo nel raggio di 400 chilometri da dove siamo.

Ripartiamo finalmente per Bodie.

Non passa molto che imbocchiamo la stradina segreta Indiana Jones, che all’inizio si presenta come un largo e piacevole sterrato. Solleviamo nuvoloni di polvere e derapiamo tantissimo. 

Lo sterrato largo e facile però non dura molto. Ci troviamo così in una stradina stretta, in salita e con sassi belli acuminati.

Arriviamo ad un cimitero disperso tra gli alberi, scopriamo essere di un’altra ghost town lì accanto, di cui però rimane solo qualche muro diroccato e poco più.

Continuiamo a salire e scendere su questa strada che diventa sempre più stretta e sterrata, attraversando radure di timo e altre piante profumatissime. Mano a mano che proseguiamo, il terreno diventa più impervio, con buche, dossi e pietre. Preghiamo ad ogni metro di non bucare.

Finché non arriviamo al fiume.

Il ponticello che lo attraversava non esiste più. È stato spazzato via da chissà che allagamento.

L’unico modo per andare dall’altra parte è guadare il torrente, ma la situazione è più grave di quanto ci aspettavamo dalla volta scorsa.

Ci sono pezzi di ferro che sporgono da terra, impossibili da rimuovere, rami e radici ovunque. Sassi troppo pesanti da sollevare.

Ma non abbiamo alternative. Dobbiamo attraversarlo se non vogliamo rifarci le buche e i sassi di nuovo al contrario.

Così cominciamo a lavorare tutti quanti per creare un passaggio.

Spostiamo sassi, tagliamo rami, ci improvvisiamo ingegneri edili.

In poco più di mezz’ora riusciamo a costruire un passaggio quasi decente. Ci sentiamo veramente dei super castori.

Così proviamo a far guadare una macchina, poi due, poi tre. Ad ogni passaggio risistemiamo i sassi smossi. A parte un pezzo di parafango alzato, tutte le auto riescono a guadare il fiume.

Siamo al settimo cielo. Abbiamo fatto insieme una cosa che, quando l’abbiamo vista all’inizio, sembrava veramente impossibile.

Ognuno ha dato il proprio contributo. Chi si è lavato completamente, chi ha spostato pietre, chi ha tagliato rami con qualsiasi cosa poteva capitargli in mano.

Voi tutti penserete “è fatta. Arriveranno a Bodie”. Anche noi per i cinquanta metri successivi lo abbiamo sperato.

E invece il destino è ricomparso come la vecchia suocera brontolona e spaccapalle che non si scrosta.

Già, perché cinquanta metri dopo il torrente aveva distrutto un altro pezzo di strada. E lì non c’è proprio niente da fare. Massi enormi in mezzo al guado, tronchi… un casino.

Non possiamo fare altro che arrenderci. E tornare indietro. 

Nel BigTour non si torna indietro, ma solo uno stupido rischierebbe macchine, soldi, vacanza per un secondo guado.

Con non poca fatica risaliamo le salite sterrate e bucate, ci ributtiamo in mezzo ai rami di timo, ridiscendiamo le strade sabbiose alzando nuvoloni di polvere, che filtrano la luce del tramonto proiettandoci immediatamente in un film epico western, in cui sei cavalli galoppano al vento in mezzo ad una prateria sconfinata.

Non nascondiamo la delusione di non aver visto Bodie. Eravamo vicinissimi. Ma costruire una diga con le sole mani e far guadare un torrente a sei gipponi che a tutto sono progettati tranne questo, è stata un’avventura inaspettata e bellissima.

Ancora una volta abbiamo trasformato la sfiga in una sfida.