8 del mattino a Pahrump. E il termometro segna già 32 gradi.

Oggi sarà una giornata calda. E per non farci mancare niente , decidiamo di passarla nel posto più caldo della terra. La Death Valley.

Entriamo nella valle della morte quando già sono le 11. Il paesaggio lunare ci affascina subito, con le sue mille variazioni di gialli e bianchi, nessun segno di vita, solo sabbia e sassi.

Prendiamo una strada sterrata chiamata Dante’s Creek. E subito ci trasformiamo in Indiana Jones durante l’inseguimento finale nell’ultima crociata.

Facciamo volare il drone, ma ci accorgiamo che non riesce a seguire tutte le macchine. Così torniamo indietro a piedi a riprenderlo.

Senza auto, senza musica, senza nessuno che parla.

Ci investe un silenzio assordante. L’aria calda ci riempie i polmoni. 

SSShhhhh. È il deserto che parla.

Proseguiamo verso il famoso Zabriskie Point, una collina da scalare che si affaccia sul paesaggio infinito della Death Valley.

Il sole comincia a picchiare. Fa caldo, molto caldo.

Ci rifugiamo immediatamente in macchina.

Il termometro segna 100 gradi fahrenheit, 38 celsius. Ma scendendo, metro dopo metro, i gradi cominciano a salire.

105…107..109.

A 111 (all’incirca 47 gradi celsius) decidiamo che è ora dell’esperimento scientifico: cuocere le uova sul cofano della macchina.

Fallito. Miseramente. 3 volte. E la povera Akira ora sa di cane bagnato.

Vogliamo provare un percorso in mezzo ad una gola fantastica. L’avevamo fatto nel verso contrario con un precedente master ed era stata un’avventura pazzesca. Ma quando arriviamo all’imbocco, un cartello maledetto ci proibisce di proseguire, perché il passaggio sarebbe stato troppo stretto per due macchine in sensi diversi. Siamo attraversati dall’idea di fregarcene e andare comunque, ma il pensiero di dover far fare manovra a sei gipponi in mezzo ad una gola sterrata ci suggerisce di proseguire sulla strada normale. La meta è Beatty, fuori dalla Death Valley. Il problema è che per raggiungere Beatty saremmo dovuti tornare indietro.

E una delle leggi del BigTour impedisce di tornare sui propri passi.

Quindi proseguiamo, fidandoci solo dell’istinto e di una mappa sgranata su google, che segna una strada larga uno spillo in grado di portarci fuori da nord.

La strada dopo un chilometro diventa sterrata. Normale, ci diciamo, fa più avventura, cosi proseguiamo.

Dopo un po’ vediamo di fronte a noi lo sterrato che comincia ad inerpicarsi tra le montagne. Ci chiediamo se la strada arrivi prima o poi da qualche parte, ma in fondo è arrivata fin là, indietro non si può tornare… dobbiamo proseguire.

Così passiamo in un secondo da -10metri sotto il livello del mare a 2500. Il paesaggio cambia così velocemente che non ci rendiamo conto dei sassi che si tramutano in cactus, la sabbia in erba. Siamo in alta montagna. E l’aria fuori dal finestrino torna ad essere fresca.

È un paesaggio incredibile. Abbiamo percorso decine e decine di chilometri senza incrociare un’auto, dovunque guardiamo, ovunque il nostro occhio può arrivare, non esiste segno di civiltà.

Ci stiamo perdendo, nel nulla del deserto

Ed è una sensazione impagabile.

Ci fermiamo appena scavalcata la montagna. Enterprise ha bucato la sua seconda ruota.

Mentre l’equipaggio la sostituisce bruciandosi le mani con i dadi roventi, il resto del gruppo si gode il paesaggio che, discendendo, è tornato ad essere lunare.

Ripartiamo in direzione Tonopah, la nostra meta di oggi. Non scegliamo di prendere altre strade sterrate, non vogliamo rischiare di dover lasciare una macchina nel deserto.

Ci arriviamo in serata, cercando di tenerci svegli tra di noi ciaccolando, raccontandoci le nostre storie. È un punto del viaggio che non avevamo provato ancora, il correre tante miglia. Servono a conoscerci, a capirci.

Ascoltiamo musica classica, per accompagnare e scolpire nella nostra memoria il paesaggio che abbiamo attorno. Un deserto immenso, bagnato dalla luce rossa del tramonto.

Arriviamo a Tonopah in serata, giusto il tempo per fare una foto all inquietante clown motel e al cimitero di minatori accanto. Tonopah è una cittadina di passaggio, con poche case, ma tante leggende di fantasmi.

Alla sera vogliamo regalarci le stelle. Così dopocena guidiamo fin fuori città. Lontano dalle poche luci di Tonopah, il buio ci assale. Spegniamo le auto e ci godiamo la galassia sopra di noi per due ore.

Abbiamo visto l’infinito più volte oggi.

Che giornata.