Dormiamo finalmente su un letto vero. Docciati, puliti, con le nostre valigie.

Ci sembra che il viaggio sia cominciato da un mese… eppure siamo al giorno 1.

Ci svegliamo di buon ora al mattino, carichi a mille perché ormai quello che andremo a vedere lo sappiamo già.

Bonneville Salt Flats, una piana salata un’ora e mezza fuori da Salt Lake City, usata per decenni come pista per veicoli supersonici, finché non siamo arrivati noi che come pazzi scatenati l’abbiamo girata in lungo e largo, sfrecciando sul sale con le nostre jeep.

Ci troviamo tutti in parcheggio dell’albergo per le regole di base. Capiamo come funzionano le radio, come funziona il check ma, soprattutto, come funziona il gioco della macchina uno.

La macchina uno cambierà ogni giorno e sarà il suo equipaggio a dover portare la carovana a destinazione. Dovrà affrontare le problematiche, ascoltare gli altri e mettere d’accordo tutti sulle decisioni da prendere. Un ruolo non facile, quando hai trenta persone sulle spalle.

Partiamo spediti verso ovest, sulla 80, la strada tracciata dai coloni un sacco di anni fa e che adesso collega Chicago all’Oregon, sulla costa.

Abbiamo sei macchine enormi, sembriamo la CIA mentre sfrecciamo in un paesaggio che, da periferia della città, si trasforma subito in deserto.

Ci sentiamo fighi, e contenti di aver superato due giorni di voli e aeroporti che sembrano essere durati un’infinità. Di aver finalmente avuto la meglio sul destino.

Illusi.

La furia del destino si manifesta subito. Con una ruota bucata. Su asfalto. Neanche ci fossimo buttati su sterrato (non ancora), non abbiamo fatto niente…

Non è un problema. In ogni BigTour come si deve c’è sempre una ruota bucata.

Così facciamo i bravi meccanici mentre il gruppo si gode la vista da una collina più in là.

Stretto I bulloni e via!

Arriviamo a Bonneville a mezzogiorno.

Con la piomba totale.

Facciamo il pieno d’acqua, compriamo bibite dai colori fluorescenti e mangiamo carne secca. Vogliamo sentirci più americani possibile per la nostra prima esperienza americana sulla piana salata.

E… indovinate?

Premessa: sono diversi anni che veniamo a Bonneville e abbiamo trovato ogni volta le condizioni della piana diverse, tanto da sviluppare un modello matematicissimo per prevedere come sarà. Se durante la settimana prima del nostro arrivo piove, come normalmente succede d’inverno, il sale della piana si compatta non facendo passare l’acqua, creando uno specchio bellissimo di pochi centimetri d’altezza. Se invece durante la settimana prima c’è stato il sole, allora siamo sereni, lastra di sale bellissima da correrci sopra.

Il destino però, pur di farci un altro simpatico scherzone, ha cambiato addirittura le proprietà fisiche meteorologiche dello Utah.

C’è acqua. Pur avendo fatto bel tempo per tutta la settimana.

Non tantissima acqua in effetti, ma abbastanza per farcela sotto e non sfidare troppo la sorte ad entrare.

Ma abbiamo fatto tanta strada, non possiamo mollare così e tornare indietro.

Allora un paio di macchine cominciano a sondare il terreno, entrando ed uscendo subito dalla piana…

Pantano. Puro e maledettisimo pantano.

Per cui uno entra ed esce, il secondo entra ed esce, il terzo (che per non rivelare dettagli privati chiameremo “il diretta”), ci rimane dentro.

Ma dentro veramente male. Le ruote girano a vuoto come se avessero sotto marmellata, la macchina comincia a puzzare di bruciato e dall’abitacolo cominciano a sentirsi chiaramente i santi uno ad uno che scendono.

Bloccata. Punto.

Dapprima ci scherziamo sopra, prendendo in giro il diretta per aver voluto sfidare un pò troppo la sorte, ma ci rendiamo presto conto che la situazione è più seria del previsto. Alcuni cominciano a dare una mano, spingendo la macchina, scavando con mani, palette e qualsiasi cosa si potesse trovare in giro.

Ma niente. Il pantano è tanto, tantissimo. E mentre le ruote continuano a girare e scavare, la macchina scende sempre di più, fino a quasi appoggiarsi col telaio sulla terra.

Avevamo già visto questa scena, qualche master fa. E l’abbiamo risolta solo in un modo. Facendoci tirare fuori la macchina da qualcun’altra di più grossa.

Ma ci proviamo e riproviamo, abbiamo mani, piedi, ginocchia sporchi di sale misto melma misto catrame. Uno splendore.

Forse il destino ha capito a quel punto con chi aveva a che fare.

Perché tutt’a un tratto la buona sorte compare, e ha la forma di un pescatore.

Esatto, un tizio con un pickup e delle canne da pesca. Probabilmente il più furbo del mondo quando ha pensato “perché pescare le trote in acqua quando posso tirarle su già sotto sale?” E si è diretto a Salt Lake City. Ma non importa se ha trovato ciò che cercava, ha trovato noi (e sai che gioia).

Il pescatore, impietosito da trenta ragazzi sporchi di melma e senza cibo ne acqua, tira fuori dal suo pickup una fune da traino. Anche quella ovviamente per pescare. Metti che ci sono trote da quattro tonnellate…

Così ci aiuta a sistemare la fune tra due delle nostre macchine e si, tiriamo in salvo la povera auto del diretta, sotto le urla di gioia di tutti.

Lasciamo quel luogo di morte un pò amareggiati. Ci aspettavamo di sgommare sulla piana salata e invece abbiamo rimediato un’ora di bestemmie e fango.

Non ci diamo per vinto però. Siamo arrivati lì, abbiamo sfidato la sorte, abbiamo fallito. Ma noi siamo BigRockers. Siamo cocciuti fino al midollo.

Finita la piana salata c’è tutta una parte di sabbia. La sabbia fisicamente dovrebbe essere ancora più pericolosa del sale per impantanarsi, ma come abbiamo detto, il destino ha cambiato la fisica di questo posto.

Così ci siamo buttati dentro. Abbiamo corso e sgommato in quella piana di sabbia per un’ora. Abbiamo fatto gare, tirato le macchine come non mai. 

Abbiamo liberato in urla e lacrime tre giorni di frustrazioni, di seccature. Ci siamo sentiti più vivi che mai.

In serata abbiamo poi lavato le auto, togliendo chili su chili di sale e sabbia che si erano attaccate a qualsiasi cosa. Abbiamo sfogato la nostra adrenalina su un panino del McDonalds e siamo ripartiti verso est. In direzione di nuovo di Salt Lake City.

Abbiamo un sacco di chilometri da fare per raggiungere la prossima meta.

Ma non smettiamo di sorridere. Il tour è ufficialmente cominciato con il botto.

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