Come si dice solitamente all’inizio dei sequel…. dove eravamo rimasti?

Eravamo noi, in aeroporto a Chicago a mezzanotte, quando abbiamo scoperto che il volo per Salt Lake, dopo mille rinvii, viene definitivamente cancellato.

E siamo soli, mezzi morti sulle seggiole scomode del gate, raggomitolati in qualsiasi tipo di tessuto che possa donarci calore, a capire cosa ne sarà della nostra vita.
“Se lo cancellano per cause atmosferiche, noi non siamo tenuti a darvi l’albergo”. Questa la risposta dell’insensibile addetto al banco Americans, solamente interessato a mantenere il lavoro e la famiglia.
“Vi trasferiamo la prenotazione a quello delle due di domani pomeriggio”.

E noi dovremmo passare una notte in aeroporto e aspettare le due del giorno dopo? Nemmeno per sogno.
Comincia così la ricerca disperata di un albergo. Chiamiamo due, tre, dieci alberghi nella zona. Tutti pieni.
Tranne uno. E il motivo lo avremmo capito a breve.

Prendiamo d’assalto la rampa dei taxi e, facendoci capire a gesti, ci facciamo portare al Motel 6.

In realtà non servono molte parole per descrivere quell’albergo: prendete il Bates Motel di Psycho, triplicate le camere, buttateci siringhe e chissà che altro nei cespugli del giardino… Così ci si presenta. E anche la ragazza alla reception ha da regalare. Ci dice che le prenotazioni fatte da mezzanotte in poi sono da considerarsi per il giorno dopo. Con fare molto italiano le facciamo una proposta che non poteva rifiutare e magicamente le chiavi delle camere compaiono.
Per quanto riguarda le camere… beh diciamo che stanchi, sporchi, senza valigie (ah si, piccolo dettaglio: le valigie erano già state imbarcate prima che il volo fosse cancellato e impossibili da recuperare), non vedevamo tanto la differenza tra noi e i letti.

Ma siamo stanchi (l’abbiamo già detto?) così non ci rendiamo neanche conto di prendere sonno… per due ore.

Si, perché alle cinque e mezza del mattino è cominciata una delle giornate più lunghe del BigTour.

La sveglia ce la da l’agenzia di viaggio, che non solo ci avvisa che il volo delle due del pomeriggio era pieno, ma ci propone di dividerci in tre gruppi e partire con tre compagnie diverse, con tre orari diversi.

Siamo zen, ci diciamo. Sfruttiamo la cosa e facciamoci un giro a Chicago, giusto per non sprecare una giornata di viaggio e invece dimenticare per un attimo che non siamo neanche arrivati al giorno uno di viaggio.

Prima cosa positiva della giornata: la colazione americana del Denny’s. Uova pancetta salsicce patate, litri di caffè e pancakes. Mangiamo veramente come se non vedessimo cibo da anni.

Con la pancia gonfia e le idee più chiare, prendiamo cinque Uber e ci trasferiamo tutti quanti in centro. Chicago è affascinante, la luce del mattino con il cielo tersissimo si staglia sui palazzoni enormi del quartiere finanziario. I taxi, i bus gialli delle scuole, le scale antincendio da inseguimento… siamo come in uno dei diciasmilionidimiliardi di film americani visti in tutta la vita.
Ci troviamo sotto il cloud gate, un fagiolo gigante rivestito a specchio che se ci passi sotto è un trip pazzesco. Da bravi italiani prendiamo possesso della piazza, ci facciamo foto, ci buttiamo a terra.
Dietro di noi, in un mega enorme teatro ultramoderno all’aperto, stanno facendo le prove di un concerto lirico. Tutto ha qualcosa di sovrannaturale. Ci perdiamo nel parco dietro al teatro, tra giochi per bambini con acqua e praticelli perfetti dove stendersi e recuperare quelle due ore scarse di sonno in più di 36 ore di viaggio.

Attraversiamo Chicago tenendo lo sguardo quasi sempre rivolto verso l’alto. Veniamo storditi dal sole che viene riflesso mille volte sulle finestre dei grattacieli, dal traffico, i ponti levatoi, le guglie dove i Transformers hanno combattuto e distrutto la città.
Forse il destino ci ha lasciati a terra apposta. Per farci apprezzare e scoprire una città che sarebbe stata sennò solamente un punto di passaggio.

Prendiamo quindi la metropolitana rialzata di Batman e ci dirigiamo in aeroporto, ancora ignari che il destino in realtà avrebbe avuto in serbo un’ultima carta da giocare per oggi.

La chiameremo “la storia del basso e della alta”, con riferimenti a persone non realmente esistite.
Premessa. Ricordate la chiamata dell’agenzia al mattino presto? Allora: da brave giovani marmotte, chiediamo che nei primi due gruppi in partenza venissero messi tutti i guidatori, in modo da mandarli avanti a prendere le macchine per primi. Così nel primo gruppo in partenza alle 7 con Delta suggeriamo che vegano messi il basso e la alta, lasciando però senza accompagnatore il gruppo di United, che sarebbe partito per ultimo alle 9.

Arriviamo in aeroporto a metà pomeriggio. Prima cosa, capire che fine hanno fatto le valigie. L’agenzia ci aveva assicurato che sarebbero state tenute in custodia fino al nostro arrivo, per poi essere imbarcate nuovamente nei rispettivi voli.
E qui il primo scherzone. Le valigie sono già tutte a Salt Lake. Per cui la speranza di cambiarsi al volo una maglietta che portavamo da 36 ore consecutive, svanisce nel puzzo di ascelle che cominciava a prendere piede nel gruppo.
Vabbè, positivi ci diciamo. Almeno sappiamo che sono già a destinazione sane e salve.

Passiamo quindi a fare i check in.

Ovviamente i voli, con tre compagnie diverse, con tre orari diversi, non potevano essere altrimenti che in tre terminal diversi.
Per il gruppo di American Airlines, con gli altri accompagnatori, sembra tutto ok. Prendono i loro biglietti ai chioschi automatici al terminal 3 in tutta tranquillità e si avviano al loro gate.
Il basso e la alta, convinti troppo della facilità della cosa, si avviano così saltellando e canticchiando nel terminal 2, per fare il check in per il gruppo Delta.
Secondo scherzone. I chioschi automatici danno errore sulla prenotazione. Un signore gentile prende allora tutti per mano e riesce a stampare i biglietti di tutti… tranne uno.

Il basso non compare nel sistema.
“È un problema di American, non hanno concesso il rebooking verso di noi. Dovete parlare con loro”. Così il basso e la alta prendono una decisione al volo: mandare dentro al gate intanto i ragazzi di Delta, mentre la alta avrebbe accompagnato i ragazzi di United nel terminal 1 a fare il loro check in e il basso sarebbe tornato indietro al terminal 3 per risolvere con American.

Da quel momento la situazione precipita. E per capirla appieno dovete immaginarvi il contesto: aeroporto zeppo neanche fosse la vigilia di natale. Code interminabili agli sportelli. Gente che corre a destra e a manca. Caldo torrido fuori e gelo polare dentro.

E il basso, che fa spola avanti e indietro per il terminal 2 e 3, venendo sbattuto da uno sportello all’altro per capire che volo avrebbe dovuto prendere.

Al quarto tentativo, l’agenzia di viaggi dall’Italia riesce finalmente a bloccare il volo American delle otto.

Sembra finita. Sembra.
Perché nel frattempo quella alta si ritrova lo stesso problema con tutto il gruppo United al terminal 1. Così il basso si precipita da loro.

La situazione è ancora più tragica. “Vedo le prenotazioni, ma non ci sono i biglietti. E senza i biglietti loro non partono”. Così dice il vecchio con un quadro astratto al posto dei denti. “È un problema di American, dovete tornare da loro al terminal 3 e fargli sbloccare i biglietti”.

Le bestemmie. Soprattutto per il fatto che il tempo correva. E il volo Delta sarebbe partito a momenti.
Altra decisione. Rischiare di lasciare a terra un gruppo più il basso e la alta, oppure fare in modo che almeno uno dei due prenda il volo. Così la alta raggiunge di corsa il gruppo Delta, lasciando da soli i ragazzi di United nel terminal 1 e il basso che, per l’ennesima volta, ri-attraversa tutto l’aeroporto e si rimette in coda in American.

La situazione è paradossale. Ma è allora che il destino, quando meno te l’aspetti, smette di divertirsi e ruota in tuo favore. Questo momento si traduce in una hostess di colore, abbastanza sovrappeso, col rossetto viola e le treccine afro. Non un grande ritratto, vero, ma in quel momento era la donna perfetta neanche captain marvel.

“Vedo se riesco a metterli nel tuo volo American delle otto”…. ticckle ticckle ticckle… “ok fatto!”.

Il resto è una storia troppo andata bene per essere raccontata in molte righe:

Prendiamo tutti il volo American delle otto (che intanto si erano trasformate in nove facendo velare il fantasma del giorno prima). Non ci accorgiamo neanche del decollo da quanto morti eravamo.

Atterriamo finalmente a Salt Lake City. Prendiamo le valigie che ci aspettavano al deposito bagagli. Prendiamo in 5 minuti (CINQUE MINUTI) le auto. Mai, Mai successo.

Guidiamo solo cinque minuti e siamo in albergo. A Salt Lake City, 48 ore dalla partenza.
Il destino ha voluto metterci alla prova. Siamo sopravvissuti.

Domani finalmente cominceremo il nostro BigTour.